NIMJAT

Photographic reportage from sub-saharan Africa in collaboration with Fulvio Lo Giudice

Nimjat (o Nimzat) è un villaggio nel Sahara, nel sud della Mauritania; sembra un campo profughi alla vista delle tende montate a mano, tra le dune, e si è sviluppato a ventaglio dal luogo di sepoltura del marabout Cheikh Saad Bouh (1848-1917), che qui riposa accanto ai suoi parenti, in un semplicissimo mausoleo imbiancato.
Luogo di religione è Nimjat, ma di un Islam per i “mori bianchi’’. Qui gli arabi li riconosci da lontano, con i loro magnifici boubous azzurri che si gonfiano come vele e fluttuano nel vento caldo. Loro abitano nelle poche strutture di pessima muratura, gli altri, gli “haratines”, nei recinti ai lati dell’unica strada di sabbia, dove asinelli, coperti dalle cicatrici delle bastonate, arrancano continuamente, trascinando piccole cisterne piene di acqua, prelevata da qualche raro pozzo lontano, acqua non potabile che occorre far bollire. Le donne stanno acquattate nell’ombra delle tende e, alla mia visita, resa possibile esclusivamente perché accompagnato dal capo spirituale, mi osservano come creature del sottosuolo, con gli occhi intrisi di una pacatezza rassegnata di chi non ha personalità, di chi non sceglie, di chi non esiste, di chi non sa cosa c’è oltre le centinaia di chilometri di deserto che separano Nimjat da tutto, perché qui non ci sono recinzioni, il nulla è il muro invalicabile.