Couple portraits

Il rapporto tra pittura e fotografia è un rapporto di amore e odio, di scontri e fascinazioni, di resistenze e simbiosi. I pittori alla fine dell’Ottocento considerano i fotografi come i più temibili e spietati concorrenti, capaci di rappresentare la realtà fino nei più piccoli dettagli, in modo molto più accurato del loro, ma al contempo sono attratti e influenzati da certe inquadrature e dalla capacità indagativa della meravigliosa invenzione.
Se consideriamo la pittura un linguaggio che utilizza la tela e il pennello, e la fotografia un altro linguaggio che invece sfrutta la macchina fotografica, si deduce che da ambedue i settori possano venir fuori dei comuni artigiani/professionisti o degli straordinari grandi artisti, e che il mezzo non trasformi il fine, ma sia la mano e la mente dell’autore a tramutare la vile materia in un’opera d’arte. Come si inserisce in questa relazione la mostra “Ritratti di coppia”? e come potremmo definire le immagini esposte? Non sono dipinti, ma traggono spunto da dipinti. Non sono ritratti fotografici tradizionali perché si ispirano deliberatamente a precedenti pittorici, ma sono tradizionali fotografie stampate.
Nella serata di San Valentino 2016 proposta alla scuola di cucina La Tovaglia Volante di Messina, Alessandro Mancuso  ha realizzato alcuni scatti che hanno avuto come protagonisti i clienti del ristorante, ma invece dei classici set ne ha ricostruito alcuni ispirandosi a noti capolavori della storia della pittura, successivamente ha rielaborato i file in studio e ne propone oggi la versione finale.
Con l’intenzione di non prendersi troppo sul serio, ma con la consapevolezza di un occhio perspicace e 30 anni di esperienza, Mancuso ha analizzato alcuni dipinti che prevedevano una coppia come soggetto, e in ciascuna opera ha catturato il legame visivo tra i due personaggi e la cifra stilistica del pittore, quindi ha provato a tradurli in fotografia. Le immagini che ne sono scaturite ri-traggono gesti, corpi, personaggi contemporanei immortalati, come si è accennato, in un particolare e diverso set ma il concepimento delle foto si avvicina piuttosto a quell’ispirazione ai grandi maestri del passato che ha sempre caratterizzato la formazione degli artisti i quali, studiando gesti, posture, tecniche e pennellate, cercavano di comprendere i vari passaggi che conducevano all’effettiva realizzazione dell’opera

In quest’ottica e sotto questo filtro può intendersi la ricerca di Mancuso e la sua aspirazione a riproporre non la copia fedele, ma il mood del dipinto ispiratore, rivisto con lo sguardo di un fotografo contemporaneo.
L’operazione realizzata non è stata solo uno shooting, quanto piuttosto una sorta di happening nel quale Mancuso era il performer che interagiva col pubblico in un continuo work in progress, dava le istruzioni per le pose da eseguire, spostava le fonti di luce in funzione delle diverse angolazioni, inseriva o toglieva particolari oggetti e strumenti caratterizzanti, e parallelamente i soggetti da ritrarre dialogavano con lui, inizialmente intimiditi poi sempre più disinvolti, provavano i gesti, si lanciavano occhiate ironiche e curiose.

Le immagini della mostra non sono presentate sul tradizionale formato rettangolare, ma come l’obiettivo si risolvono in tondi, riecheggiando una dimensione tanto cara alla pittura e al contempo dandoci l’impressione di sbirciare dal buco della serratura, per fermare, insieme al fotografo, quell’attimo fuggente. Sfogliando questa carrellata di sguardi, in una foto ritroviamo la stessa passione del bacio che Roy Lichtenstein aveva proposto nel suo fumetto dilatato, in un’altra il soffice intreccio di mani e la sontuosa poesia dei dettagli di Van Dyck.
Durante lo shooting è accaduto che si siano presentate sul set tre o quattro persone e non una coppia, per cui il fotografo ha dovuto reinterpretare la composizione, sfruttando sempre il riferimento ai capolavori del passato:da un’immagine con due genitori e una bambina trapela l’influenza delle immobili atmosfere di Balthus, nelle quali i protagonisti sono scossi da movimentate inquietudini mute; un’altra con tre protagonisti risente del manierismo veneto: le pose articolate, il contrapposto, il luminismo, nonché il soggetto amoroso sono palesemente influenzate da certe opere mitologiche di Paris Bordone; un’altra immagine ancora è pervasa da una luce cristallina che si sofferma sugli incarnati opalini alla maniera di Agnolo Bronzino.

Katia Giannetto