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Padroni e schiavi nell’Africa sub-sahariana

La schiavitù per nascita – calcolata in base alla densità del nero della propria pelle – esiste ancora?

Nel 2017 sono stato incaricato da una società londinese – per una serie fortuita di incontri – di documentare il montaggio, in Mauritania, di una RPU [1] ed è stata in quella occasione che ho realizzato questo reportage.
Il continente africano, nella realtà comune, è il mondo bello e patinato delle riviste e dei documentari in stile National Geographic, con gli animali della foresta pluviale del Congo, o della savana di Serengeti o del Sahara turistico di Marocco e Tunisia, dove il trekking in cammello (o ancora peggio a bordo di poderosi fuoristrada) sulle dune, rossastre e sinuose di Erg Chebbi, delinea al viaggiatore limpidi e saturi cieli blu.
Dall’altra parte ci si riferisce all’idea di Africa che i media periodicamente ci presentano, che domina il discorso pubblico e l’immaginario collettivo; un’immagine spesso appiattita sui concetti di povertà, guerra, carestie, sottosviluppo, migrazioni post-coloniali: idee semplicistiche, incapaci di cogliere le enormi diversità racchiuse all’interno di quel continente; spesso una visione segnata da pregiudizi storicizzati, costruzioni ideologiche sprezzanti o paternalistiche, semplice ignoranza.

Catapultato nella capitale mauritana, con tre voli (Catania, Roma, Casablanca, Nouakchott) e, il mattino seguente, prelevato e accompagnato da un fixer, dopo mezza giornata di fuoristrada sono arrivato nel villaggio di Nimjat che, alla vista delle tende montate a mano tra le dune, sembra un campo profughi ma che, in realtà, si è sviluppato a ventaglio dal luogo di sepoltura del marabout Cheikh Saad Bouh (1848-1917), che qui riposa accanto ai suoi parenti, in un semplicissimo mausoleo imbiancato.

Parallelamente al lavoro “tecnico”, per il quale ero stato contattato e anche grazie a una tempesta di sabbia (assai comune da quelle parti) che ha rallentato i lavori, ho avuto la possibilità, di ritrovare quel lavoro del fotoreporter puro oramai venuto meno per il cambiare dei tempi stretti dettati dai giornali: gli editori una volta ti inviavano in giro per settimane, anche mesi, adesso ti chiedono lavori in tre, quattro giornate, ma un fotoreporter, almeno per quello che riguarda me, i primi giorni non dovrebbe prendere neanche la fotocamera in mano perché deve interagire con le persone con cui lavorare, deve farsi accettare.
Da tanto è nata la necessità di imboccare la strada per realizzare un progetto parallelo: praticamente una necessità, una spinta etica da un certo punto di vista. Si è trattato – credo – di raccontare il mondo “vero” oltre che quello patinato, una necessità che mi ha poi portato, nell’arco di dodici giorni a Nimjat – senza la possibilità di lavarsi (ndr) –, a realizzare in contemporanea due diversi lavori.

Luogo di religione è Nimjat, ma di quell’Islam per i “mori bianchi”, con un sistema radicato di caste: qui gli arabi li riconosci da lontano, con i loro magnifici boubous azzurri che si gonfiano come vele e fluttuano nel vento caldo. Loro abitano nelle poche strutture di pessima muratura, gli altri, gli Haratin, nei recinti ai lati dell’unica strada di sabbia, dove asinelli, coperti dalle cicatrici delle bastonate, arrancano continuamente, trascinando piccole cisterne piene di acqua, prelevata da qualche raro pozzo lontano (acqua non potabile che occorre far bollire). Le donne stanno acquattate nell’ombra delle tende e, alla mia visita, resa possibile esclusivamente perché accompagnato da un capo spirituale, mi osservano come creature del sottosuolo, con gli occhi intrisi di una pacatezza rassegnata di chi non ha personalità, di chi non sceglie, di chi non esiste, di chi non sa cosa c’è oltre le centinaia di chilometri di deserto che separano Nimjat da tutto, perché qui non ci sono recinzioni, il nulla è il muro invalicabile.

Al rientro dal primo viaggio mi sono documentato potendo così rileggere quelle immagini che io stesso avevo realizzato e di cui le scale di lettura ne cambiavano drasticamente il punctum: si pensi che nell’aprile 2018, l’Assemblea nazionale mauritana ha approvato una legge che prevede la pena di morte “obbligatoria” per chiunque sia accusato di “discorsi blasfemi” e di atti considerati “sacrilegio” e che Il 24 aprile 2019(!) il ministero della Giustizia della Mauritania ha dichiarato che il blogger Mohamed Cheikh Ould Mkhaitir è in “detenzione preventiva” e che “solo la Corte suprema è in grado di decidere del suo destino”.
Nonostante nel 1981 la Mauritania (ultimo paese al mondo) abbia abolito formalmente la schiavitù, ci sono migliaia di persone, molte delle quali Haratin di origine nera, ancora schiavizzate.

Lo schiavo non può pregare di venerdì, se il padrone ha dei figli con una schiava questi saranno suoi schiavi, se uno schiavo è bello il padrone lo farà castrare così che il suo sangue impuro non infetti, lo schiavo non è un essere umano, come un capretto o i frutti della terra, lo schiavo non è un soggetto giuridico, non può sposarsi, non ha sui figli; le famiglie sono smembrate secondo le necessità del padrone. Eppure non è raro sentilo affermare che “la vera libertà è quella del paradiso” dimostrando il radicamento profondo della schiavitù nel contesto culturale mauritano.
Gli Haratin, gli schiavi affrancati (per lo più non a causa di un gesto di generosità del padrone ma per di provvedimenti generali della società amauri in momenti di “difficoltà gestionale”) conservano di fatto una posizione di subalternità nei confronti degli ex padroni cui devono lavoro e assistenza.

[1] Remote Power Unit, è una tecnologia off-grid sviluppata per progetti di accesso all’energia in aree rurali.


La mia attività professionale, di fotografo e di editore (ho fondato nel 2004 la società editrice Magika srl assieme alla storica dell’arte Katia Giannetto ndr), mi porta di continuo a rapportarmi con le persone “sul campo”: da qui è nato il progetto “Tra Giostra e Boccetta”, un Atlante degli imprenditori che operano in botteghe d’altri tempi o in spazi ultramoderni, tra il dialetto messinese e le nuove cadenze orientali, alla riscoperta delle tradizioni locali, della promozione del territorio e della sua conoscenza con un occhio al futuro, in un’area metropolitana che ha saputo mantenere una dimensione fuori dal tempo e che racconta la Messina commerciale più autentica.