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Le quattro fotografie che hanno fatto la (mia) Storia

1995. Avevo deciso di partire con la mia BMW R80 GS per unaTunisi-Rabat coast to coast e, manco a dirlo, inizia proprio da lì l’escalation degli attacchi terroristici. Svolto dunque verso ovest, Catania-Roma-New York, un biglietto, una notte prenotata in albergo, un borsone: ci resto due mesi.


Wind back. Credo di essere stato catapultato – almeno una prima volta – nel mondo della fotografia quando, studentello, ho visto Il Bagno di Tomoko e il Miliziano lealista sui libri di scuola.


Quella che per Francesco Cito è l’equivalente moderno della Pietà di Michelangelo e che lo stesso considera la fotografia più bella del ’900, Il Bagno di Tomoko [1], è stata scattata dal reporter americano Eugene Smith nel villaggio giapponese di pescatori Minamata nel 1971. La ragazza, Tomoko Uemura, nata cieca, sorda e senza l’uso degli arti a causa dell’inquinamento da mercurio, è tra le braccia della madre che le fa il bagno quotidiano.

Eugene Smith, Tomoko is bathed by her mother

Che l’occhio e il cervello provino piacere nel riconoscere una composizione a loro familiare è fuor di dubbio ma questa Icona, abbagliante, di grande impatto emotivo, limpida sintesi della lotta di Eugene Smith per realizzare l’Assoluto, nella cupezza del nero più profondo (anche perché pensato dall’Autore per la sofisticata stampa in héliogravure) richiede prepotentemente il diritto della Fotografia a essere, a pieno titolo, strumento di espressione artistica capace di ammutolire pubblico e critica.

[1] Dal 2007 i diritti di sfruttamento commerciale dell’immagine sono stati  ceduti dagli eredi di Eugene Smith alla famiglia Uemura. Per un approfondimento qui.


Il giovane e spavaldo Robert Capa (Endre Ernö Friedmann), a ventidue anni, partì insieme alla compagna e fotografa Gerda Taro (Gerta Pohorylle) [2] – su richiesta di Lucien Vogel, direttore del settimanale Vu – per documentare la guerra civile spagnola in cui i miliziani combattevano contro il fascismo di Franco – e che era diventata la lotta delle sinistre contro le destre – e lì realizzò l’Icona, divenuta simbolo della morte violenta che avviene in battaglia.

Robert Capa, Loyalist militiaman

Che la fotografia del Miliziano lealista, scattata nel 1936, sia l’autentico momento in cui il soldato Federico Borrel Garcìa è colpito a morte mentre fronteggia la controffensiva dei regulares marocchini guidati dal generale Varela oppure si tratti di una messinscena, poco importa, il segreto lo conoscevano soltanto Gerda Taro, schiacciata dai cingoli di un carro armato nel 1937 e Robert Capa, morto nel 1954 saltando su una mina in Indocina.

Certo, tante guerre erano già state fotografate, ma quell’immagine diventò “l’istantanea realizzata in tempo di guerra” ed entrata nel dibattito politico (grazie anche all’evoluzione dei mass media e alla loro crescente preponderanza nella formazione – e manipolazione – dell’opinione pubblica). Da quel momento si instaurò il rapporto inscindibile tra fotografia e comunicazione a mezzo stampa.

[2] Gerda Taro, prima donna reporter di guerra deceduta “sul campo” recentemente riscoperta grazie al libro La ragazza con la Leica di Helena Janeczek, Premio Strega 2018.


E, sempre in riferimento alla “fotografia di guerra” – la cui collocazione nella linea del tempo anticipa sensibilmente l’opera di Capa – entra a far parte molto più avanti del mio vocabolario l’opera più nota di Fenton.

Considerato il primo vero “fotografo di guerra”, Roger Fenton (1819-1869)  ha dato alla fotografia, col lavoro sulla guerra di Crimea richiesto dalla regina Vittoria nel marzo del 1855, un messaggio non trascurabile. Le 360 lastre al collodio umido realizzate segnano una tappa fondamentale nella Storia della fotografia. La valle dell’ombra della Morte (The valley of the shadow of Death) fa parte di questa raccolta e raffigura un canalone desolato disseminato da palle di cannone. Per ragioni squisitamente ideologiche e tecniche, Fenton – finanziato dall’editore Thomas Agnew e assistito da Marcus Sparling – non si preoccupa di raffigurare i combattimenti e i morti poiché è il sentimento di scempio e di devastazione che tale immagine ispira a costituire un simbolo inequivocabile dell’atrocità della guerra.

Roger Fenton, The valley of the shadow of Death

Talvolta Fenton è stato accusato di aver messo in scena l’allestimento della fotografia modificando di posto le palle di cannone – anche perché il fotografo realizzò un’altra immagine della vallata del tutto simile ma senza le palle –. Giudicato “colpevole” di aver dato una visione positiva della guerra per la mancanza tra le sue lastre di scene di battaglia, è presumibile che tale accusa sia priva di fondamento, sia perché i combattimenti che infuriavano nei dintorni non gli avrebbero probabilmente lasciato il tempo di farlo sia perché la “lentezza” dell’emulsione al collodio umido utilizzata non avrebbe permesso il congelamento delle azioni.


1995: Eikoh Hosoe, Mishima, New York

Ma è la “coppia” Hosoe-Mishima a convertirmi, il “grande” cambiamento fotografico, anche per me avvenuto durante un viaggio, New York come Damasco.

Non sono certo di aver letto prima Neve di primavera o di essere stato folgorato da Killed by roses.

All’età di nove anni Eikoh Hosoe (Kimitake Hiraoka) è sfollato da Tokyo nella campagna di Tohoku; egli porterà dentro di se, per tutta la vita, sia la paura derivata dai bombardamenti del 6 agosto 1945 su Hiroshima e, tre giorni dopo, su Nagasaki sia quella derivata dai racconti che gli adulti recitavano ai ragazzini al fine di evitare che questi si allontanassero: Kamaitachi, la leggenda della creatura soprannaturale e terrificante – simile a una donnola – che si muove cavalcando sbuffi di vento, che assale i viandanti nella notte e li uccide con artigli affilati come bisturi. Kamaitachi (La falce della donnola) è uno dei più singolari lavori che la fotografia – nell’intera sua storia – abbia prodotto. Hosoe realizza ciò che la fotocamera non potrebbe registrare, cioè avvenimenti emotivi accaduti nel passato; egli utilizza l’antica leggenda per una confessione autobiografica di sentimenti provati e sedimentati. Protagonista, questa volta, è il danzatore Tatsumi Hijikata [5], che fa da specchio al fotografo che in lui si riconosce.

Hosoe non segue copioni e non costruisce scenografie bensì lascia l’interprete di se stesso libero di muoversi fra la gente del villaggio ed i campi di riso in una seducente combinazione di performance e fotografia. Le reazioni che il danzatore prova e provoca si sovra-imprimono sugli antichi moti emozionali traducendole in immagini di rara eleganza formale e di ancor più rara ricchezza evocativa e, straordinario per un progetto seriale, ogni immagine vive di vita propria, oltre le sovrastrutture culturali e tradizionali.


Nel 1953 Hosoe vede una mostra Edward Weston presso l’American Cultural Center di Tokyo rimanendo colpito dal modo in cui l’Autore realizzava fotografie astratte di alberi e alghe sublimandole. In seguito al suo incontro con Butoh Tatsumi Hijikata, raggiunge un’immediata notorietà internazionale realizzando prima il libro Man and woman e poi, nel 1963, il progetto Ba-ra-kei / Killed by roses [3] con Yukio Mishima, strenuo difensore dell ’etica giapponese di un paese che stava perdendo la sua identità e la sua autonomia e morto suicida a quarantacinque anni [4]. Il tema dell’intero corpus del lavoro è quello della Vita e della Morte e la rosa simbolo della Bellezza con le spine.


Il catalogo per la mostra Meta tenutasi presso l’International Center of Photography (New York, 12 aprile-26 maggio 1991) è stata la mia prima pubblicazione acquistata a New York nel primo (e rivelatore) viaggio dentro la Grande Mela (1995). Il libro presenta diverse fasi del lavoro di Hosoe e documenta un Giappone contemporaneamente moderno e antico; contiene trentadue fotografie accompagnate dal testo dell’artista, con un saggio di Tatsuo Fukushima.



[3] Originariamente pubblicato nel 1963, Ba-ra-kei / Killed by roses sarebbe presto diventato uno dei libri fotografici più famosi del XX secolo.Nella pubblicazione Hosoe ha cercato di reinventare l’immagine pubblica dello scrittore usando oggetti di scena e oggetti personali per una sequenza di scenari surreali.
Il libro è noto anche con il titolo inglese Ordeal by Roses da un’idea di Mishima in occasione di una seconda edizione pubblicata nel 1971.

[4] Quello che in Occidente può essere stato considerato culturalmente incomprensibile, facendo considerare Mishima soltanto un becero reazionario ed estremista, è bene sottolineare che il seppuku  invece non ha nulla a che vedere con la l’idea di sconfitta: in Giappone l’harakiri rappresenta il solo modo di salvare la propria integrità morale dopo un insuccesso e proteggere i valori più nobili del Giappone.

[5] Il primo spettacolo butō fu presentato un festival di danza giapponese da Tatsumi Hijikata nel 1959 col nome di Kinjiki (colori proibiti). Lo spettacolo, basato sull’omonima novella di Yukio Mishima, aveva per argomento l’omosessualità. L’immagine finale con un pollo vivo tra le gambe fu talmente oltraggiosa per la platea che lo spettacolo venne censurato spegnendo le luci sul palcoscenico.


La mia attività professionale, di fotografo e di editore (ho fondato nel 2004 la società editrice Magika srl assieme alla storica dell’arte Katia Giannetto ndr), mi porta di continuo a rapportarmi con le persone “sul campo”: da qui è nato il progetto “Tra Giostra e Boccetta”, un Atlante degli imprenditori che operano in botteghe d’altri tempi o in spazi ultramoderni, tra il dialetto messinese e le nuove cadenze orientali, alla riscoperta delle tradizioni locali, della promozione del territorio e della sua conoscenza con un occhio al futuro, in un’area metropolitana che ha saputo mantenere una dimensione fuori dal tempo e che racconta la Messina commerciale più autentica.



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