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Mancuso, il gioco contemporaneo delle coppie


Il rapporto tra pittura e fotografia è un rapporto di amore e odio, di scontri e fascinazioni, di resistenze e simbiosi.
I pittori alla fine dell’Ottocento considerano i fotografi come i più temibili e spietati concorrenti, capaci di rappresentare la realtà fino nei più piccoli dettagli, in modo molto più accurato del loro, ma al contempo sono attratti e influenzati da certe inquadrature e dalla capacità indagativa della meravigliosa invenzione. Non è un caso che la prima mostra impressionista, che segna uno dei principali passi per l’inizio dell’arte contemporanea, si svolga proprio in uno studio fotografico, come non è un caso che le Cattedrali di Monet o le Ballerine di Degas presentino arditi tagli fotografici, mentre i ritratti di Nadar riprendano compositivamente quelli dei pittori coevi.

Per tutto il Novecento, questa sfida tra i due linguaggi ha contraddistinto il mondo dell’arte e della comunicazione visiva: iniziata con la sottomissione della fotografia, intesa come tecnica e non come arte tout court, la contesa lentamente si è evoluta, anche grazie alle sollecitazioni della Bauhaus e alla “istituzionalizzazione” prospettata da Gombrich, fino a raggiungere la pari dignità dei due soggetti nella seconda metà del secolo scorso. È stato un lungo cammino che ha permesso un fertile scambio di idee e modelli, tracimando talvolta anche in ambito cinematografico.
Se consideriamo la pittura un linguaggio che utilizza la tela e il pennello, e la fotografia un altro linguaggio che invece sfrutta la macchina fotografica, si deduce che da ambedue i settori possano venir fuori dei comuni artigiani/professionisti o degli straordinari grandi artisti, e che il mezzo non trasformi il fine, ma sia la mano e la mente dell’autore a tramutare la vile materia in un’opera d’arte.
Come si inserisce in questa relazione la mostra “Ritratti di coppia”? e come potremmo definire le immagini esposte?


Non sono dipinti, ma traggono spunto da dipinti.
Non sono ritratti fotografici tradizionali perché si ispirano deliberatamente a precedenti pittorici, ma sono tradizionali fotografie stampate.
Cerchiamo allora di capire la loro genesi e la loro paternità.
Nella serata di San Valentino 2016 proposta alla scuola di cucina La Tovaglia Volante di Messina, Alessandro Mancuso, fotografo siciliano classe 1967, ha realizzato alcuni scatti che hanno avuto come protagonisti i clienti del ristorante, ma invece dei classici set ne ha ricostruito alcuni ispirandosi a noti capolavori della storia della pittura, successivamente ha rielaborato i file in studio e ne propone oggi la versione finale.
Da Rembrandt a De Chirico, da Van Dyck a Bronzino, fino a Picasso e Klimt, il fotografo ci offre un originale tributo ai maestri del passato, misto di ammirazione e ricerca.


Con l’intenzione di non prendersi troppo sul serio, ma con la consapevolezza di un occhio perspicace e 30 anni di esperienza, Mancuso ha analizzato alcuni dipinti che prevedevano una coppia come soggetto, e in ciascuna opera ha catturato il legame visivo tra i due personaggi e la cifra stilistica del pittore, quindi ha provato a tradurli in fotografia.
Le immagini che ne sono scaturite ri-traggono gesti, corpi, personaggi contemporanei immortalati, come si è accennato, in un particolare e diverso set ma le foto non sono riproduzioni esatte di un originale pittorico, né tantomeno tableaux vivants, il loro concepimento si avvicina piuttosto a quell’ispirazione ai grandi maestri del passato che ha sempre caratterizzato la formazione degli artisti i quali, studiando gesti, posture, tecniche e pennellate, cercavano di comprendere i vari passaggi che conducevano all’effettiva realizzazione dell’opera. Donatello e Brunelleschi andavano a Roma a studiare “la musicalità delle sacre ruine”, Michelangelo da giovane ricopiava gli affreschi di Masaccio, Picasso preferiva andare al Prado a vedere l’arte antica che frequentare la Real Accademia di San Fernando: la storia dell’arte è un’ininterrotta stratificazione di modelli, versioni e traduzioni, di novità e cambiamenti venuti fuori dallo studio del passato.


In quest’ottica e sotto questo filtro può intendersi la ricerca di Mancuso e la sua aspirazione a riproporre non la copia fedele, ma il mood del dipinto ispiratore, rivisto con lo sguardo di un fotografo contemporaneo.
L’operazione realizzata alla Tovaglia Volante non è stata solo uno shooting, quanto piuttosto una sorta di happening nel quale Mancuso era il performer che interagiva col pubblico in un continuo work in progress, dava le istruzioni per le pose da eseguire, spostava le fonti di luce in funzione delle diverse angolazioni, inseriva o toglieva particolari oggetti e strumenti caratterizzanti, e parallelamente i soggetti da ritrarre dialogavano con lui, inizialmente intimiditi poi sempre più disinvolti, provavano i gesti, si lanciavano occhiate ironiche e curiose.
Le immagini della mostra non sono presentate sul tradizionale formato rettangolare, ma come l’obiettivo si risolvono in tondi, riecheggiando una dimensione tanto cara alla pittura e al contempo dandoci l’impressione di sbirciare dal buco della serratura, per fermare, insieme al fotografo, quell’attimo fuggente.


Il risultato è un album che racconta le varie sfaccettature della coppia: il trasporto emotivo, la complicità, l’entusiasmo, la tenerezza, il pudore, l’incanto e la dolcezza.
Sfogliando questa carrellata di sguardi, in una foto ritroviamo la stessa passione del bacio che Roy Lichtenstein aveva proposto nel suo fumetto dilatato, in un’altra il soffice intreccio di mani e la sontuosa poesia dei dettagli di Van Dyck.
Da un altro scatto traspare la poesia di certi languidi abbracci di David dell’ultimo periodo, in altre successive cogliamo il silenzio metafisico delle statue/manichino di De Chirico, e in un altro ancora la straordinaria potenza luministica, teatrale ma al tempo stesso realistica, dei ritratti di Rembrandt.


Durante lo shooting è accaduto che si siano presentate sul set tre o quattro persone e non una coppia, per cui il fotografo ha dovuto reinterpretare la composizione, sfruttando sempre il riferimento ai capolavori del passato:da un’immagine con due genitori e una bambina trapela l’influenza delle immobili atmosfere di Balthus, nelle quali i protagonisti sono scossi da movimentate inquietudini mute; un’altra con tre protagonisti risente del manierismo veneto: le pose articolate, il contrapposto, il luminismo, nonché il soggetto amoroso sono palesemente influenzate da certe opere mitologiche di Paris Bordon; un’altra immagine ancora è pervasa da una luce cristallina che si sofferma sugli incarnati opalini alla maniera di Agnolo Bronzino.
In generale, dai personaggi ritratti traspare la voglia di manifestare con gioia e ironia la propria relazione, con la consapevolezza che spesso non può bastare la velocità di un selfie transeunte a ricordarla, e che può risultare invece entusiasmante affidarsi alla mano sicura di un professionista, pronta a immortalare un sentimento che, si spera, duri per sempre.
Katia Giannetto


Recensione sul settimanale 109 del 25 aprile 2016

La mia attività professionale, di fotografo e di editore (ho fondato nel 2004 la società editrice Magika srl assieme alla storica dell’arte Katia Giannetto ndr), mi porta di continuo a rapportarmi con le persone “sul campo”: da qui è nato il progetto “Tra Giostra e Boccetta”, un Atlante degli imprenditori che operano in botteghe d’altri tempi o in spazi ultramoderni, tra il dialetto messinese e le nuove cadenze orientali, alla riscoperta delle tradizioni locali, della promozione del territorio e della sua conoscenza con un occhio al futuro, in un’area metropolitana che ha saputo mantenere una dimensione fuori dal tempo e che racconta la Messina commerciale più autentica.



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