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Fotografie di Giulio Conti dal 2006 al 2012

Ho avuto l’onore di allestire ed esporre (24 febbraio-25 marzo 2012) nelle salette espositive della casa editrice Magika srl quella che sarebbe stata l’ultima mostra di Giulio. Di seguito il testo redatto da Katia Giannetto per la brochure e alcune delle fotografie esposte.

Valencia, Stampa inkjet su HP Premium, cm 53×75

Immagini su immagini come velature su velature, riflessi di una verità oggettiva che diventano stratificazioni di una nuova visione emozionale. Le recenti opere di Giulio Conti giungono da lontano, ma con forza invadono la nostra retina, si imprimono nel nostro occhio con una spietata capacità di penetrazione e ci interrogano in modo indiscriminato. Inconsciamente, cerchiamo subito di trovare un addentellato, un appiglio, un particolare nel quale riconoscere un brandello di realtà, quasi una prima tessera del grande mosaico che cerchiamo di ricostruire. Ma quell’alone di verità assoluta che riecheggia nella tradizionale fotografia comincia qui a scricchiolare, soprattutto quando la nostra ipotetica “tessera di verità” si confronta con l’intera composizione, quando cioè perde il suo connotato di frammento di un paesaggio, di un monumento, di una piazza e diviene parte integrante di un’altra realtà.


Che cosa “sono” allora queste nuove immagini? Che cosa è questa nuova dimensione creata da Conti se non quella Alterità, da tempo, chiave dell’arte contemporanea? Che differenza c’è tra un’opera cubista, tracimante di ritagli di giornali e pezzi di stoffa, o un’opera materica, caratterizzata da stracci e sacchi, o qualunque altra opera d’arte e un’opera di Conti? Tutte partono da un frammento di verità per creare una nuova e “altra” dimensione. L’unica vera differenza sta solo nello strumento: nel nostro caso non più pennello, tela, colori o collage, ma macchina fotografica e Photoshop.
È questa la grande rivoluzione della fotografia d’arte a cavallo tra XX e XXI secolo. Parallelamente alle categorie storicizzate, dal reportage allo still life, dalle panoramiche ai ritratti e a tutte le altre specializzazioni, si snoda questo filone che varca i tradizionali confini di giudizio per i quali la fotografia è mera rappresentazione del reale e si spinge “oltre la siepe”, raggiungendo una dimensione autonoma, dove la fotografia non riproduce ma è.
Per la serie odierna Conti parte da scatti effettuati tra il 2006 e il 2012: sono reminiscenze di edifici romani dal Palazzo della civiltà italiana (EUR) all’Auditorium e al Maxxi, della Tate Modern di Londra, del Museo Guggenheim di Bilbao, di paesaggi marchigiani, di vedute messinesi, della rivolta degli Indignados a Roma e di oggetti quotidiani. Poi li ritaglia e li incastona con straordinaria sapienza e pazienza in un’unica nuova composizione, muovendo il mouse come fa un direttore d’orchestra con la sua bacchetta.

Giulio Conti
Giulio Conti a Messina (25 aprile 2008) © Alessandro Mancuso


Decenni di esperienza tra fotogrammi e camera oscura, una “filosofica curiosità” nei confronti della storia dell’arte, si manifestano nella capacità di Conti di creare un’eccellente perfezione compositiva finale, nella quale si odono chiaramente echi della pulizia formale di Piet Mondrian, coniugati con la sintesi semantica di simboli e segni dell’avanguardia russa, soprattutto di El Lissitsky e M. Fedorovič Larianov.
Un’aura storico-artistica riecheggia in tutta la serie, in numerose opere riscontriamo l’accostamento di due elementi tra di loro inconciliabili in un contesto discordante che ci inducono a risalire a un’anima surrealista, di matrice dechirichiana. Ma Conti è fotografo “a tutto tondo”, e non possiamo limitare la sua produzione a palesi ma limitate affinità con i protagonisti della storia dell’arte contemporanea; piuttosto è bene ricordare che, prima di questi esiti, il suo “discorso sulla fotografia” inizia fin dal 1965 e nel corso degli ultimi decenni lo ha visto confrontarsi con i più significativi generi fotografici, soprattutto reportage e ritrattistica, ottenendo numerosi premi e riconoscimenti nazionali e internazionali. È soprattutto la sua apertura alle novità, alla sperimentazione, è quella volontà di guardare “oltre la siepe” che è la chiave del suo operare. Così oggi, accanto a una grande maturità, è presente un allargamento di orizzonti che lo avvicina anche ad alcuni fotografi italiani contemporanei, di generazioni a lui successive.

Peperoni, Stampa inkjet su HP Premium, cm 53×75
Stoffa, Stampa inkjet su HP Premium, cm 53×75

Le prospettive spiazzanti di questa serie si riallacciano, per certi versi, alla visionarietà di Giacomo Costa, e i riflessi nelle vetrine alle Plastic Girls di Roberto Bigano. Lo spiccato lirismo di molte opere avvicina Conti alla Nuova Scuola di Fotografia siciliana, in particolare a Carmelo Bongiorno. Rimaniamo infatti a contemplare alcune liriche composizioni del nostro artista nelle quali l’oggetto quotidiano viene decontestualizzato e “sublimato”, come nel caso in cui il banale e polveroso telo che copre una bancarella diventa, attraverso un sapiente gioco di mouse e colori, una struggente malinconica elegia o nel caso in cui le “rughe” di umili e maturi peperoni divengono sinuose e sontuose valli in chiaroscuro. O ancora quando semplici lenzuola al vento trascendono dal mero dato reale e diventano strofe di una intensa poesia visiva.
Katia Giannetto



La mia attività professionale, di fotografo e di editore (ho fondato nel 2004 la società editrice Magika srl assieme alla storica dell’arte Katia Giannetto ndr), mi porta di continuo a rapportarmi con le persone “sul campo”: da qui è nato il progetto “Tra Giostra e Boccetta”, un Atlante degli imprenditori che operano in botteghe d’altri tempi o in spazi ultramoderni, tra il dialetto messinese e le nuove cadenze orientali, alla riscoperta delle tradizioni locali, della promozione del territorio e della sua conoscenza con un occhio al futuro, in un’area metropolitana che ha saputo mantenere una dimensione fuori dal tempo e che racconta la Messina commerciale più autentica.


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