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Fotografie di Ugo Maccà dal 1980 al 2015
Ugo Maria Macca, Studio Magika, 2017

Farai le figure in tale atto, il quale sia sufficiente a dimostrare quello che la figura ha nell’animo; altrimenti la tua arte non sarà laudabile [Leonardo da Vinci]


Essenziale, mai artificioso, Ugo Maccà lavora da anni sulla certezza originale e su un mostrare le immagini non spettacolarizzato, con un nitore formale che diffonde logiche di sottile complessità e portata, con quel suo procedere sereno e naturale, classico e attuale, di chi la fotografia la ama davvero.


Questo aristocratico personaggio, che immagino provi fastidio per quelle folle che utilizzano spasmodicamente la fotocamera, mostra inevitabilmente una fotografia luogo di scambi: scambi di sguardi e scambi di tempo che i due (fotografo e fotografato) si indirizzano in forma di ritratto.
Ugo Maria non si ferma alla faccenda delle forme, alla questione dell’idealizzazione, è fotografo di vita vera, che degli sguardi sa cogliere quella consapevolezza di un essere al mondo fatto di relazioni continuamente ridefinite da quei rapporti tra ciò che si vede e ciò che si pensa. Il risultato è questa installazione, in cui si precisano tali corrispondenze, in cui ciascuna immagine è come la tessera di un ampio domino che occupa un’ala del Museo dell’argilla di Spadafora [1]; un domino composto da quaranta tessere in bianco e nero, ordinate in maniera rigorosa.


Dura trentacinque anni il riassunto proposto ma non riusciamo ad individuare con precisione i decenni cui appartengono i vari attori di questo entrelacement, fotografie collocate sul medesimo piano, una misura interrogativa del tempo, delle sue stesse ragioni e dei misteri che la fotografia, per natura, incarna.
Questi annullamenti vengono sapientemente modulati da Maccà che, ponendosi tra oggettività e poesia, si affida a riprese essenziali, asciutte, donando naturale fermezza alle inquadrature definite e sicure, sottolineate con evidenza dal bordo nero di un “obsoleto” fotogramma 6×6 della pellicola bianconero utilizzata.


Col “ritaglio” di un dettaglio dall’insieme della rappresentazione, il volto, dà vita a un’iconografia monumentale e stereoscopica che quasi vuole intendere sia alla tridimensionalità della realtà che ci circonda, al voler dare profondità, non soltanto visiva, al rapporto tra chi sta davanti e chi dietro alla macchina fotografica, sia a un movimento centripeto di allontanamento e riavvicinamento, creando sovrapposizioni e fusioni del personaggio della tessera e di tutti i protagonisti della mostra, con una compressione e dilatazione dell’anima e del corpo, dello spazio e del tempo, realizzando, per dirla alla Gardin, una “Vera fotografia, non corretta, non modificata o inventata al computer. Questo perché chi la vede sappia che quello che riproduce è ciò che ho visto e non il frutto della mia fantasia” [2].


[1] Questo mio scritto è tratto dal catalogo della mostra I siciliani di Maccà. Fotografie di Ugo Maccà dal 1980 al 2015, Spadafora (Messina), Museo dell’argilla, 30 agosto/11 settembre 2015, curata da me e Sergio Todesco nell’ambito della rassegna Contemporary Art in Sicily.

[2] Gianni Berengo Gardin pone questo testo dietro tutte le sue fotografie.


Manifesto pubblicitario delle mostre Album e I siciliani di Maccà
Le mostre in fase di allestimento al Museo dell’argilla di Spadafora (Messina)

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