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In questa storia non ho alcun ragionamento da sostenere, nessuna struttura melodrammatica da mostrare.
È una successione d’immagini più dovuta a un impulso che a un’idea, visioni ferme in scatoloni per oltre tredici anni, all’erta tuttavia nella mia memoria, e mai stampate.
Com’è bizzarro custodire tanto gelosamente delle istantanee che nessuno ha mai visto. L’inseguimento della perfezione, la ricerca della pulizia formale a cui si anela, la condizione di potere ma non essere, o altro ancora, hanno contribuito a che, infine, solo oggi, queste immagini potessero vivere, fuori dal limbo.
“In fine” perché credo sia questa l’accezione dell’essere fotografo: scrivere ciò che si vede.
Può succedermi, infatti, che quando scatto m’accorgo (spesso in anticipo) che la ragione di quella foto non sia lì, ma in un altrove posto tra il soggetto e il dito indice della mia mano destra: cosciente d’essere inidoneo (e incapace) a dire tutto con quel solo gesto, di chiudere il procedimento nel momento in cui esso avviene, con un gesto unico che non è quasi mai quello giusto, raccontando storie che forse non sopravvivranno.
Eppure vedere, limpidamente.

Sono stato nella New York di Rudolph Giuliani, mi pare nel dicembre ’95.
Era ancora il tempo delle fotografie su pellicola, tecnica abbandonata da diversi anni e con essa migliaia di figure finite crudelmente in archivio, in “capsule del tempo”, alcune delle quali mai più aperte. L’occasione di uno spazio su questo elegante magazine e la concomitanza con la settimana della musica a Messina sono stati l’incentivo al rispolverare le pergamene che, tanto a lungo, hanno custodito le strisce, da sei fotogrammi, di pellicola Ilford Delta 400.

Proprio il primo giorno, frattanto che andavo a consumare un sobrio pasto, mi venne incontro un pullman nero. Stripped c’era scritto sul frontale. Quando mi passò accanto, fermai con la mia Leica le Pietre Rotolanti.

In quei giorni abitai in una sorta di ostello spagnolo proprio sulla Fifty Avenue nell’Upper East Side. Nell’opposto marciapiede, tutti i giorni, un sassofonista nero suonava per Michael Jackson. Visitata una retrospettiva su Henry Moore uscii dal MOMA e m’imbattei in un percussionista di bidoni: era così animalescamente elegante!

Sulla 103th, un gruppo di sudamericani, rappresentanti della Nueva Canción Chilena, suonava una malinconica Segunda Independencia. Uno di loro sembrava un guerriero di un’antica tribù.

Faceva un gran freddo, anche la mia Leica sembrava soffrisse: decisi di riscaldarmi nel mondo sotterraneo della metro. Una moltitudine di persone s’accalcava nella semioscurità. Mi avvicinai per ammirare un giovane ballare – un po’ strapazzandola – con una Bambola a grandezza naturale: scattata una foto mi sentii un po’ voyer. Proprio fuori il Metropolitan due animatori, tanto improvvisati quanto improbabili, si esibivano agitando, coi ritmi della breakdance, animali di pezza; m’affiora ancora il ricordo di José Luis Moreno e il pupazzo Rockfeller quando, smaglianti, erano protagonisti della nostra TV nazionale che faceva vero varietà.

Pochi isolati a est, chiunque poteva condurre un coro di dieci elementi ed essere famoso per quindici minuti; tanto durava il temporizzatore dell’apparato predisposto a esibirsi per pochi cent.

Io ed un panciuto gabbiano eravamo gli unici spettatori interessati a un Bob Dylan e la sua chitarra che strimpellava contro il mondo, o forse contro me, che non m’ero ancora autotassato per ascoltarlo. Aveva scelto una panchina alla foce dell’Hudson proprio nei pressi dell’imbarco per Ellis Island, senza alcuna affinità apparente tra la sua musica e quel posto, fuggitivo dal luogo cui apparteneva: ho avuto la certezza che il posto è importante quanto la persona.

E poi, nella metro multipiano della Grande Mela, una donna, dalla voce e dalla mole altissime, più nera dei suoi Fuseaux neri, dominava la scena: il riverente silenzio dell’uditorio fu spezzato infine dall’arrivo del treno.

They’re coming. “Stanno arrivando”, recita la locandina al cui fianco il percussionista s’affanna nell’indifferenza della città veloce, quasi a volerne mantenere il ritmo; ma alla fine pochi spiccioli restano sul fondo del suo portaombrelli.
Forse perché con tutta questa musica s’allena l’orecchio, anche di chi ha poco tempo. Perché più si ascolta, più si legge, più si fotografa, più si diventa esigenti.

[1] Questo articolo è stato già pubblicato nella rubrica “Itinerari culturali” della rivista MAG (Messina, maggio 2009)


La mia attività professionale, di fotografo e di editore (ho fondato nel 2004 la società editrice Magika srl assieme alla storica dell’arte Katia Giannetto ndr), mi porta di continuo a rapportarmi con le persone “sul campo”: da qui è nato il progetto “Tra Giostra e Boccetta”, un Atlante degli imprenditori che operano in botteghe d’altri tempi o in spazi ultramoderni, tra il dialetto messinese e le nuove cadenze orientali, alla riscoperta delle tradizioni locali, della promozione del territorio e della sua conoscenza con un occhio al futuro, in un’area metropolitana che ha saputo mantenere una dimensione fuori dal tempo e che racconta la Messina commerciale più autentica.



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