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Per chi non vuol far la coda alla biglietteria, per chi va in cerca di chiese tra le viuzze d’antichi insediamenti, per chi non s’arrende alla tristezza del vedere rovinarsi il patrimonio disseminato, e spesso ancora da scoprire, delle provincie italiane, per chi vuol disabituarsi ai lunghi spostamenti in aereo oppure in treno e vuole invece ri-scoprire i piccoli tesori “a portata di mano”, per costoro, e non solo, cercherò bellezze, mese per mese, chiesa per chiesa, casa per casa e cercherò in strade tortuose, dietro muri centenari o nell’appartamento accanto, con la forma di turismo per me più appagante, quella della “scampagnata fuoriporta”.

Rametta, questa l’antica denominazione del centro (nome di probabile origine bizantina), ultima resistenza all’assalto mussulmano in Sicilia (cedette soltanto dopo due anni d’assedio nell’anno 965), assunse l’attuale nome nel 1562 per opera di Francesco Maurolico.

Da una dominazione all’altra, dalla data suddetta a oggi, abbiamo avuto la Rometta normanna, quella sveva, l’angioina e quella aragonese, fino ad arrivare, tra compravendite, privilegi, concessioni e privatizzazioni, alla data del 1535 (anno della visita di Carlo V a Messina) in cui ci piace immaginare Rometta in fermento tanto quanto il capoluogo peloritano, e persino coinvolta (siamo nel 1674) nella rivolta antispagnola. La ragione? Rometta, pur essendo decentrata rispetto a Messina, è posta su una rupe-crocevia tra i porti dell’attuale capoluogo e quello di Milazzo, e non solo (quale destino! oggi è totalmente isolata).

Ma proprio grazie a questa caratteristica di terra frequentemente solcata, apprende, con gli occhi dei suoi artisti e artigiani, le linee culturali dell’intera penisola. Ed è tra questi artigiani che cerco gli autori di alcune opere conservate all’interno della chiesa di Santa Maria Assunta (la chiesa Madre), in rovina e più volte ricostruita (inserendo parti di altre chiese distrutte in maniera irreparabile) a seguito dei sismi del 1693, del 1783 e del 1908.

E la meraviglia e lo stupore m’invitano, raggiunta la zona absidale, a strizzare gli occhi e cercare il particolare, perché proprio il dettaglio, ancor più del complessivo, mi stupisce; dietro l’altare maggiore un coro ligneo di allucinatoria fattura e raccapricciante magnetismo, mi lascia sorpreso e ammirato tant’è maestoso; ma, nonostante tale imponenza, la curiosità dello sguardo, fors’anche perché ignorante, si concentra su strepitose figure di sfingi dalle mammelle pendule, erotomani arpie, assurde cariatidi, grotteschi mascheroni, surreali teste di torreggianti elmi vestite. Tali e tante figure ghignanti a volte, esagerate e bizzarre talaltre, dagli zigomi esasperati, da corpi multiformi in cui teste d’uomo si fondono con busti armonici di donne, i cui spregiudicati seni nudi “esposti” sfidano il luogo sacro che li ospita, eroiche e orrende, nobili e maledette, degne di quel Satana ormai spogliato dal candore angelico eppur tanto solenne e affascinate, da indurre in tentazione, persino nella casa dell’acerrimo Nemico.


Realizzato presumibilmente a cavallo dei secoli XVI e XVII, risplende oggi anche grazie al nobile restauro eseguito qualche anno or sono dal prof. Ernesto Geraci.


Ricordando che il coro è la zona dell’edificio destinata ai cantori o ai membri della comunità che celebrano la funzione religiosa, e che si trova normalmente collocato, dal Rinascimento in poi, nella zona absidale, disposto attorno o ai lati dell’altare maggiore o dietro di quest’ultimo, come nel caso nostro, il manufatto in questione è costituito al suo interno da ventuno posti a sedere, detti stalli, riservati ai sacerdoti.

La multiforme realizzazione, d’ancor più complessa resa perché, al contrario delle sculture lignee tradizionali, accuratamente levigate e dipinte, è realizzata con legno monocromo “al naturale” (anche se nel nostro caso in effetti sono presenti brani intarsiati realizzati con altre essenze) che accresce l’atmosfera di silenzio ossequioso, rafforzata da certe tipologie facciali, con barbe squisitamente descritte, volti bizzarri, a volte inquietanti, figure mitologiche esagerate.

Trova qui la cultura (e non solo scultura) lignea, tanto di moda da qualche anno e oggetto finalmente di studi scientifici, un risultato straordinario, merito del certosino lavoro di artisti-artigiani non necessariamente facenti parte di rinomate botteghe lignarie, ma che in questo tempio sono stati talmente abili da orchestrare un macchinoso progetto architettonico (parlare di premeditazione di una ricerca iconografica potrebbe esser esagerato) aiutato certamente da una qualche forma di mecenatismo locale, laddove l’uso di marmi, o di più costosi metalli preziosi, sarebbe risultato utopistico.

Sarà forse perché lo svolgere l’arte di fotografare l’arte m’ha avvicinato, all’inizio inconsapevolmente, alle bellezze siciliane, che ho accettato di buon grado l’invito dalla redazione di Mag a occupare queste pagine. Le mie radici professionali, mai fui incoronato d’alloro, sono, infatti, quelle del praticone, fortunato nel trovarsi a stretto contatto con i più stimati studiosi d’arte; e grazie a loro, e tra tutti prima la professoressa Teresa Pugliatti, ho affrontato il lavoro con intima soddisfazione e piacere della scoperta, perché, anche alle teste più dure, la conoscenza affina il gusto. Questi miei scritti non vanno pertanto intesi se non per quello che sono: considerazioni assortite di quanto, in ventidue anni d’attività, m’è rimasto impresso sulla retina e nel cuore.


La mia attività professionale, di fotografo e di editore (ho fondato nel 2004 la società editrice Magika srl assieme alla storica dell’arte Katia Giannetto ndr), mi porta di continuo a rapportarmi con le persone “sul campo”: da qui è nato il progetto “Tra Giostra e Boccetta”, un Atlante degli imprenditori che operano in botteghe d’altri tempi o in spazi ultramoderni, tra il dialetto messinese e le nuove cadenze orientali, alla riscoperta delle tradizioni locali, della promozione del territorio e della sua conoscenza con un occhio al futuro, in un’area metropolitana che ha saputo mantenere una dimensione fuori dal tempo e che racconta la Messina commerciale più autentica.



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